Sopravvivere al diventare grande

Sono diventata grande in India, anche per questo un po’ la odiavo all’inizio, nella mia eterna adolescenza stavo bene. 

Mi piaceva pensare che la vita fosse un eterno Meraviglioso mondo di Ameliè e l’attivismo si riducesse all’aver visto i film di Muccino, quello grande. 

Diventare grande è sempre stata una fatica a cui avrei preferito rinunciare, poi sono arrivata in India, la prima cosa che ho visto sono state una cinquantina di persone che cagavano assieme. Direi che questo basta per fermare l’età dell’innocenza.

Sono diventata grande e avevo la stessa taglia di vestiti, la stessa faccia, gli stessi libri, eppure non mi piaceva più niente. 

Mi sembrava di avere sempre la sensazione che ho provato quando ho riguardato dopo anni Santa Maradona, “davvero mi piaceva questa cagata? Davvero?”. Mi mancava la terra sotto i piedi. 

Non potevo neanche mascherarmi dietro alla tipica disillusione hippie perché a me gli hippie non sono mai piaciuti, non mi convincevano i ricchi degli anni ’60, quelli che hanno lasciato gli ideali per diventare non si sa cosa. 

Ho sempre preferito donne come le mie nonne, una maschilista e l’altra femminista, una che non lasciava mai casa sua e una che ha vissuto il periodo più bello della sua vita in Svizzera, a farsi i cazzi sui, come direbbe lei. 

Arrivo in India e mi imbatto nella puzza, le mucche, gli occidentali freak, gli uomini che contano di più delle donne e mio marito che non ha tempo per consolare la mia crisi adolescenziale. 

Un inferno per un’egocentrica, paranoica, insicura come me. La odiavo. Odiavo tutto di questo paese, odiavo persino le cose che prima mi piacevano. 

Schifo e merda diventarono le mie parole preferite, come i bambini dell’asilo, regredire è sempre la soluzione più semplice ai problemi!

L’India naturalmente non ascolta le tue lagne e come il bambino che odiavi alle elementari spinge le situazioni al limite.

Un manager che finge gentilezza solo quando c’è tuo marito, uno spazzino che con nonchalance si infila in ascensore e ti tocca una tetta, le vecchie che ti aspettano per strada per deriderti e una miriade di bambini che ti urlano cose incomprensibili in faccia.

Era bello quando ero piccola, zero responsabilità, grandi razzismi ed enormi perplessità sulla veridicità della Bibbia. Dubbi che la suora risolveva con urla e minacce di deportazioni all’inferno. Era comunque tutto più semplice dell’India.

Ho odiato così tanto questo paese fino al punto di consumarmi, poi ad un certo punto, in uno slancio di lassismo ho mollato la presa, ho deciso di mandare a fanculo tutto. 

Decisi di mollare la pelle di adolescente e vedere cosa si provava a non avere nessuna certezza. Mi sono lasciata andare, perché alla fine avere il controllo di tutto è solo un illusione e l’India te lo sbatte in faccia da subito.

Sono diventata grande dicevo, all’inizio non me ne sono neanche accorta, poi un giorno senza sapere perché mi sono resa conto di essere felice del mio non autocontrollo, della mia vita. 

Ci sarei potuta arrivare prima, la felicità è una cosa semplice ma l’infelicita è una cosa semplicissima, costruita dalle mie paranoie, dal mio desiderio di controllare tutto e, soprattutto, dall’incapacità di ammettere che stavo male. 

E io stavo male davvero. 

Quel male che ti prende a volte, quando cammini, quando cucini, quando ti fermi per un secondo. 

Quel panico che sai essere lì, quello che aspetta solo te, e ti fermi in mezzo ad una stanza e non sai come fermare l’attacco di pianto. 

Quella tristezza che ti prende sempre e che non sai spiegare, perché alla fine sei fortunata, sei in salute ma non riesci a stare bene. Ecco, adesso riconosco che stavo male. 

Purtroppo mi ha curato l’India, purtroppo perché l’India lo fa a modo suo, un modo brutale. 

L’India prende a sberle in faccia la ragazzina viziata che eri e ti strappa un po’ di cuore, pezzi che purtroppo non torneranno più a posto. 

Se avessi chiesto aiuto prima, se mi fossi fatta aiutare, se qualcuno avesse capito che, sì ero fortunata ma ero anche tanto infelice, forse adesso non avrei sempre il sospetto che quel attacco possa tornare. 

Dall’altra parte sono contenta che sia stata l’India a svegliarmi, forse quel pezzo di cuore andava rimosso, per dimostrarmi che alla fine ho la forza di alzarmi, se solo mi impegno a farlo. 

L’India mi ha tolto tanto, purtroppo l’India è così, prima di dare si prende. 


Con questo voglio dire a tutte le donne che si trovano in un momento di debolezza che chiedere aiuto non è mai una sconfitta, anzi. 

Tantissime donne, che si ritrovano sole, all’estero, ad affrontare una cultura completamente diversa dalla loro, si isolano e, decidendo di non chiedere aiuto, vanno incontro a gravi malattie o a gravi dipendenze. 

Non abbiate mai paura di chiedere aiuto

C’è ancora un insensata vergogna nel parlare di fragilità e salute mentale, quindi non nascondetevi, non aspettate ma fatevi aiutare, e soprattutto parlatene. 

Lo so che è difficile, ma la vostra storia potrebbe essere d’aiuto a qualcuno che come voi sta affrontando un momento di grande difficoltà. 

Alla fine, diventare grandi o essere grandi non è mai così semplice come lo immaginavamo da piccoli!

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7 pensieri su “Sopravvivere al diventare grande

  1. Grazie per questo post.
    Credo che molta parte di questo stato che tu descrivi venga dal fatto di esserci andate “a seguito” di qualcuno. A parole una se la dipinge come una grande opportunità, ma nel silenzio della propria casa diventa un capro espiatorio molto facile: sono qui per “colpa sua”, fosse stato per me sarei altrove, sarei a casa, dove stavo bene…
    Credo che diventare grandi sia anche ammettere che non è “colpa” di nessuno, se ci sono situazioni in cui ci sentiamo a disagio.
    Succede, e, come dici giustamente tu, ad un certo punto bisogna eliminare l’ansia di controllo.
    Un abbraccio.

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  2. Credo di capire quel tuo stato d’animo. Credo sia una cosa abbastanza comune ma, come hai detto anche tu, troppo poco (se non per nulla) esplicitata e riconosciuta.
    L’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi e riuscire in qualche modo a “salvarsi”. Ti abbraccio e spero di vederti presto… quando torni? 🙂

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  3. Dalle tue parole intuisco la difficoltà che si possa provare inserendosi in un altro Paese, con una cultura così differente “al seguito di…”, come giustamente diceva un bel commento qui sopra di Virginiamanda che, a giudicare da quello che scrive, dà l’idea di conoscere bene le sensazioni di chi è lontano…!

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