Sopravvivere alla modernità 

Venerdì scorso ho indossato per la terza volta in vita mia il sari.

 Come ho già scritto, il sari, è un abito che le donne portavano quasi in ogni occasione, io lo ritengo una delle cose più belle e più scomode dell’India, però, lo premetto, sono di parte, perché con le gonne non ho mai avuto un buon rapporto.
Questo abito tradizionale è stata una delle prime cose che mi ha fatto dubitare della modernità di Pune, ma andiamo per ordine.

Qualche giorno fa, mentre ero in macchina con un’amica, passando vicino a un cantiere, abbiamo visto delle donne in sari mentre facevano dei lavori pesanti. Ovviamente non è l’abito che consiglierei a un’operaia italiana, prima di tutto è scomodo, seconda cosa non ti permette di lavorare in sicurezza. 

La mia amica giustamente disse: “finché le donne saranno costrette a portarlo non faranno mai quel salto che gli permetterà di avere gli stessi diritti degli uomini”. 

Fin qui sono d’accordo, le donne devono avere il diritto di portare quello che vogliono e spesso le donne più povere sono costrette a portare il sari per una sorta di “codice di decenza”

L’altra faccia della medaglia è che le donne ricche stanno lentamente abbandonando gli abiti tradizionali, a favore di vestiti più occidentali, scomodi tanto quanto il sari ma almeno fanno “donna bianca”, il tutto grazie ai programmi televisivi e a noi espatriate che involontariamente diamo il messaggio che i nostri vestiti sono quelli che danno lo status-symbol di donna contemporanea.

Questa nuova moda è totalmente a favore delle grandi industrie, che se ne sbattono di creare vestiti a basso impatto ambientale o che sfruttano i bambini, e crea enormi svantaggi ai piccoli sarti.


E, nel mezzo di tutto sto casino, noi espatriate ci chiediamo: è giusto abbandonarsi al comfort di una maglia che porterei tranquillamente anche in Italia, pagata non più di cinque euro? 

Oppure è giusto andare a giro come delle stupide (badate bene che a Pune per fare tre chilometri di solito ci impieghi mezz’ora), spendere un po’ di più in un negozio di fiducia e comprare solo vestiti fatti a mano? 

Ovviamente la seconda opzione è quella giusta, per iniziare noi espatriati abbiamo il privilegio di poter scegliere, economicamente stiamo bene e anche se i soldi non fanno la felicità, in India sono un gran privilegio. 

I vestiti fatti a mano solitamente costano di più perché il materiale è migliore, se potete veramente scegliere, fatevi fare i vestiti da chi tratta i propri lavoratori con DECENZA. Solitamente l’India non ha carenza di sarti, quindi, su un milione, trovarne uno che lavora con onestà non dovrebbe essere difficile.

Un altro punto che mi ha sempre turbata nel comprare al centro commerciale è che, tolti i modelli dei brand indiani, tutti i modelli dei brand più fighi sono caucasici e bellissimi. 

In poche parole qui passa il messaggio, accolto a braccia aperte dagli indiani ricchi, che più sei bianco più sei figo. Dimenticate il “if you try black you will never come back”, qui vige il “if you try to be white you will be great”. In poche parole questi enormi centri commerciali con una media di cinque negozi indiani e cinquanta negozi stranieri, stanno lentamente spazzando via tutti i vestiti belli e tipici dell’India. 

Quanto è giusto imporre o favorire una modernità che è solo occidentale? Il sari è scomodo e sarei felice di vedere le donne che fanno lavori pesanti indossare qualcosa di più consono e più sicuro per il lavoro che fanno, ma questo non sta succedendo. Il sari sta scomparendo solo per chi può permetterselo.

Io credo che, come al solito, noi espatriati non possiamo sentirci estranei agli acquisti consapevoli, perché nel nostro piccolo possiamo cambiare qualcosa. Basterebbe pensare un attimo a tutti i bambini che vediamo continuamente lavorare per la strada, perché l’elemosina, per loro, è di fatto un lavoro. 

Basterebbe chiedersi, voglio supportare un consumo non consapevole? Comprando quello che forse è stato fatto da un bambino? Voglio comprare qualcosa che probabilmente avrà un impatto negativo non solo sull’ambiente ma anche nella vita delle persone? Facendo passare il messaggio che, l’India è strapiena di difficoltà, ma sono difficoltà di cui io mi potrei sciacquare le palle perché tanto non vivo qui? 

È giusto comprare a caso perché tanto, guarda, anche i miei amici indiani con i soldi fanno così? 

Io credo di no, credo che ogni piccola presa di coscienza, se condivisa, possa fare la differenza, credo che la modernità debba arrivare anche a Pune ma sono sicura che arriverà con i tempi indiani, che solitamente sono lunghi, e credo debba essere un traguardo degli indiani. 

In quanto donna espatriata, quindi essere umano che nella scala di importanza vale come “un cazzo di niente” credo sia importante mostrarmi attenta a quello che acquisto e al tipo di vita che decido di fare in un paese che di difficoltà ne ha anche troppe. 

Cerchiamo di essere un piccolo cambiamento in un grande mondo che non vuole cambiare, mostriamo che possiamo essere qualcos’altro, e non solo dei vecchi, lagnosi, nostalgici del bel paese!

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4 pensieri su “Sopravvivere alla modernità 

  1. In teoria dovremmo comportarci così anche in patria, sostenere il Made in Italy, invece il risparmio la fa da padrone e il più dei prodotti vengono fatti altrove, sostenendo di fatto così altre economie.
    Il sari è bello da vedere, ha dei bellissimi colori e stoffe stupende.

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  2. È verissimo che dovremmo sostenere anche qui il Made in Italy, ma è difficilissimo trovarlo…senza, ovviamente, spendere un capitale.

    Quando ho voluto acquistare un vestito per il mio nipotino mi sono imbattuta in marchi conosciutissimi, anche costo setti, tutti con etichetta Made in Indonesia, China, India…
    Solo Ido riportava Made in Italy!

    Comunque hai ragione Michelina e forse essere così a contatto con la miseria e con lo sfruttamento dei bimbi, rende più consapevoli…

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  3. Pingback: Sopravvivere alla modernità

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