Expat multilingue e camminate della vergogna

Non scrivo da una settimana perché non riuscivo a superare la fase depressiva post-ultima puntata di The Walking Dead. Cosa siete diventati? E soprattutto iniziamo a chiederci perché tutti diventano zombie? Dio mio è un’epidemia e a nessuno sembra più importare niente. Loro hanno munizioni illimitate, zombie fuori dai cancelli e ancora litigano su chi deve essere il capo, chi è il buono e il cattivo e chi si deve scopare la moglie del tizio. Bah.

Ma torniamo a parlare di cose meno importanti.

Quando espatri sei costretto ad arrangiarti, ti devi abituare a vivere in un paese nuovo, con gente diversa e sei costretto a cambiare cose che mai avresti pensato. Per esempio io ho smesso di sfruttare gli altri a mio vantaggio (vedi Notorious S.) e ho dovuto imparare a fare due cose alla volta.

Vedete, la storia che TUTTE ma proprio TUTTE le donne sanno fare due cose allo stesso tempo è una scemenza, è una storia inventata dai maschi per far fare alle donne più cose. Io, naturalmente, non riesco a fare due cose alla volta a meno che non si parli di cose ridicole tipo ascoltare la musica e pulire casa, ascoltare la musica e stirare o ascoltare la musica e lavarmi. Non so ascoltare la musica e studiare o ascoltare musica e ascoltare qualcuno mentre parla, inoltre, sono una persona che perde subito la concentrazione, se vado al cinema nel bel mezzo del film inizio a pensare ai fatti miei, a come sia possibile girare una scena del genere o in quale esatto momento il protagonista non è il vero attore ma è uno stuntman. Quanti soldi ho sprecato al cinema. Spesso perdo la concentrazione mentre le persone mi parlano, inizio a pensare ai fatti miei, mi perdo nei colori sgargianti della camicia del mio interlocutore o mi perdo e basta. Chi mi conosce sa bene che, spesso, alla fine del loro monologo (in cui mi raccontano vita, morte e miracoli di tutto il loro albero genealogico), io esordisco con: “no scusa puoi ripetere mi ero persa”.

Ecco, qua in India il vizietto del non ascoltare l’ho dovuto perdere abbastanza in fretta, primo perché non puoi perdere la concentrazione un attimo che succede qualcosa di catastrofico e secondo perché la maggior parte delle persone che conosco parla una lingua diversa dalla mia quindi la concentrazione è sempre al massimo. Inizialmente non è stato facile, le mie prime conversazioni in inglese erano tutto un “wait a minute” e vai di vocabolario, adesso invece me la cavo abbastanza bene, parlo, esco, interagisco e non mi vergogno delle mie frasi un po’ in inglese un po’ inventate. Naturalmente madre natura si era accorta del fatto che io mi adagiavo sugli allori e ha voluto spingermi verso un livello di difficoltà maggiore, le conversazioni multilingue.

Quando vai alle feste per expat ti capita di trovare italiani, ovviamente iniziamo a parlare in italiano e io gesticolo come una pazza, poi arriva la spagnola che parla spagnolo, inglese e capisce l’italiano. A quel punto inizi a parlare in italiano e inglese che tanto lei capisce, lei replica in spagnolo che tanto la capisci tu e qui inizia una terribile conversazione tri lingue che ad un certo punto nessuno sa più come gestire. Poi arriva la coreana, che parla coreano e un po’ d’inglese. Tu inizi a parlare in inglese, la coreana risponde in inglese, l’amica italiana risponde in inglese, poi commentate sottovoce in italiano, poi ri-commentate in spagnolo e di nuovo inglese perché si è aggiunta una tizia giapponese che vuole sapere cosa avete detto. Poi arriva la ragazza che parla italiano ma non vuole parlare italiano allora le parli in inglese, poi replichi in italiano, poi aggiungi parole in spagnolo, poi torni all’inglese.

E pensare che prima di arrivare in India per fare prima parlavo in dialetto veneto a tutti.

È un inferno, ma è un inferno strano perché nel mezzo della conversazione non sai più che lingua stai parlando o con chi stai parlando o perché stai parlando e in quel caso il buon vecchio vino salva sempre tutto.

Alla fine essere expat mi sta insegnando a fare due cose insieme, e diciamocelo era anche ora, ovviamente imparo un po’ alla volta, senza nessuna fretta. Ma non preoccupatevi non sto diventando più intelligente continuo sempre ad inciampare sullo stesso punto perché mi perdo a fissare il cartellone con i pettorali di Justin Bieber e continuo a perdermi per Pune come se fossi qua da ieri.

Ah, ieri mattina ho camminato per più di un chilometro sotto un sole cocente, con i bambini che mi indicavano e urlavano ai loro amichetti di guardarmi. I maschi adulti mi fissavano e si zittivano al mio passaggio, le donne non si spostavano, mi urtavano e mi fissavano con disprezzo, forse perché i miei leggins tezenis erano di cattivo gusto. Credo di aver scoperto il vero significato di “camminata della vergogna”!

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4 pensieri su “Expat multilingue e camminate della vergogna

  1. Che hanno i leggins che non va? Non piacciono agli indiani dell’India?
    Io riesco a leggere, ascoltare la tv e capire cosa dice mentre mio figlio mi parla e devo dare anche una risposta che abbia senso….
    Non so come faccio, ma lo faccio…misteroooooooooo

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  2. Io ho l’ansia da prestazione linguistica, e ogni volta che dici qualcosa penso a in quante lingue potrei dirla qualora mi ritrovi a raccontare la stessa cosa a un’altra persona. Inutile dire che mi si surriscalda il cervello in poche battute, e la mia mente inciampa come se le avessero unito le stringhe delle scarpe.

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    • Io a volte parlo in inglese ma mi vengono in mente solo parole in spagnolo. Parlo in spagnolo e mi vengono in mente solo parole in inglese. Parlo in italiano e mi vengono parole in spagnolo e in inglese… un macello!

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