Little miss taglia

Ieri per la prima volta in vita mia mi sono fatta male e sono stata costretta ad andare in “ospedale”.

Nella mia famiglia quella intelligente che si fa sempre male è mia sorella, lei e il pronto soccorso per un periodo diventarono una cosa sola. Il Sultano odiava questo rapporto stretto, e ogni volta si chiedeva perché di due figlie neanche una fosse un attimino sveglia.

La giornata di ieri iniziò con PCLPLDCDNT che mi svegliò dicendomi che Giuliano aveva cagato e vomitato per tutta la casa. Non so spiegarmi perché, negli ultimi due giorni, Giuliano creda che tutto il pavimento non sia altro che un grande cesso costruito per lui, io lo punisco e lui ne fa di più. Ci alzammo pronti ad una sessione di pulizie, bestemmie e odio verso tutto e tutti.

Il fattaccio si svolse così: io che inizio a lavare i piatti, mi scivola un bicchiere dalla mano, mi taglio, guardo il bicchiere, vedo il sangue… urlo! Mi ero appena svegliata quindi il mio outfit era abbastanza semplice, maglietta di PCLPLDCDNT e pantaloncini cortissimi della Decathlon, acquistati ad un prezzo ridicolo. Il mio outfit era tanto semplice quanto scandaloso per gli abitanti indiani del mio palazzo, ma questo particolare mi venne in mente solo ore dopo. Nel momento esatto in cui mi tagliai e iniziai ad urlare PCLPLDCDNT fortunatamente era in salotto a salvare il mondo giocando a GTA, sentendo i miei urli prima salvò la partita, poi si chiese se il mio urlo valeva veramente la pena di essere considerato, poi si svegliò dal torpore e correndo arrivò in cucina. Il suo sguardo fu il primo di una serie di sguardi che non dovrebbero mai essere fatti ad una persona che per la prima volta si fa male, era uno sguardo che diceva: “merda desso si che te a ghe fatta grossa.” Corriamo in reception e un’indiana inizia a farfugliare qualcosa, noi urlando gli chiediamo di chiamare qualcuno per andare in ospedale e lei inizia a disinfettarmi, anche l’indiana della security inizia a fare “quello sguardo” e lo accompagna con parole del tipo: “si qua cara tea ghe fatta grossa, mi no posso fare niente perché questo l’è un bel taio”. Io completamente nel panico mi accorgo che la gente intorno a me comincia ad essere sempre di più, non per colpa delle allucinazioni da shock ma per colpa degli altri indiani che continuavano a far entrare gente per mostrare quanto sangue riuscissi a perdere! Io e PCLPLDCDNT non riuscivamo a credere ai nostri occhi! PCLPLDCDNT inizia la prima di una lunga serie di bestemmie in italiano, maledizioni in inglese ed insulti in hindi! Grazie al cielo dopo dieci lunghissimi minuti arriva una donna che chiama qualcuno. Dopo quindici minuti seduta alla reception a sanguinare, la tipa mi avvisa che è arrivato un rickshaw a prendermi per portarmi in ospedale. Saliamo in rickshaw e dopo cinque minuti ci accorgiamo che il tipo, non solo non sapeva dove portarci, ma non sapeva neanche cosa farsene di noi. PCLPLDCDNT ricomincia con le bestemmie in italiano, salta le maledizioni in inglese e passa direttamente agli insulti in hindi. Il povero driver sentendosi braccato da tanto odio decide di fare quello che agli indiani riesce meglio… improvvisa! Imbocca una stradina che ci porta direttamente nel ghetto di Pune, passiamo strade non asfaltate e bambini nudi ad ogni angolo e ad un certo punto il tipo ferma il rickshaw. Non riesco ancora a credere a quello che vidi. Io e PCLPLDCDNT restammo in silenzio per due secondi buoni, sicuri che il driver ci stesse facendo uno scherzo di cattivo gusto, solo per farci ridere e distendere i nervi. Il tipo, infatti, non si fermò davanti ad un ospedale, ma davanti ad una baracca con la scritta “clinica” all’esterno, baracca circondata da sabbia, polvere, mosche e niente altro. PCLPLDCDNT inizio a bestemmiare e in italiano gli disse: “dio *** ma no te sarè mia drio scherzare?!” Il tipo ci rispose: “Sir miracoi no posso farli, ze domenega e se tutto sarà” PCLPLDCDNT rispose “ma sveiate fora. No clinica, ospedale te go dito”. Io rimasi zitta e sconcertata. Il driver si convinse e decise di rimettersi alla ricerca di un ospedale, guardandosi bene dal non fare le strade più veloci o meno trafficate… lui voleva proprio che il nostro viaggio durasse il più possibile! Dopo quindici minuti mi viene in mente che noi conosciamo un’indiana che ci può consigliare un ospedale decente… che abbia almeno i muri! Riusciamo a chiamarla e ci facciamo dire il nome, ma il driver non intende… lui ha una destinazione in mente! Non mi stupii per niente quando mi accorsi che non ci portò in un ospedale ma in un’altra clinica, apparentemente pulita questa volta! In quel momento realizzai che ero vestita da casa e il mio abbigliamento poteva crearmi non pochi fastidi. Ci sediamo nella hall per due minuti, finchè arriva un tipo e ci dice: “ma cosa fasio qua? Vardè che el dottore l’è al piano de su”, PCLPLDCDNT in italiano gli rispose “si ma grazie al cazzo qua nessuno dise niente”. Arrivati al piano superiore, non so se grazie al mio outfit o grazie alle nostre facce sempre più stanche e vittime della paura, ci fecero accomodare dal dottore per primi.

Come si sarà già capito gli indiani non pensano come noi occidentali, loro complicano un po’ tutto… perché la vita è troppo semplice cosi com’è! Essendo una femmina non poteva medicarmi un dottore maschio, nella stanza quindi c’era: un infermiera che mi medicava e il dottore che gli diceva cosa fare e mi ricordava di fare dei bei respiri profondi. Devo precisare che io ho paura degli aghi, tutta la mia famiglia lo sa, è stata colpa dell’agopuntura! Questo è il motivo per cui quasi tutte le punture me le fa il Sultano a casa. Non è facile far credere alla gente che io ho un vero terrore per gli aghi, soprattutto perché ho due piercing e quattro tatuaggi e quando faccio questa confessione solitamente la gente mi guarda come una pazza, una stupida o, come fece il tatuatore la prima volta, mi chiedono “allora cazzo fai qua?!”. Il dottore dava indicazioni a distanza all’infermiera che mi faceva le punture, per farle era costretta ad alzarmi la maglietta e guai a lui se mi vedeva con la maglietta un po’ alzata… questo scambio di indicazioni alla cieca non mi mettevano proprio a mio agio!

Iniziai a pensare alle volte che mia sorella era stata in ospedale, a quando il mio coinquilino abbracciò un palo con la bici perché aveva preso sonno guidando, a tutte quelle volte che mi ero vantata di non essermi mai fatta male, e a quella volta che ad una mia amica dissi “il giorno che mi farò male in India sarà solo colpa mia!” Il dottore+infermiera ci mandarono da un’altra dottoressa che mi riempì di antibiotici e antidolorifici venduti sfusi, senza scatola, indicazioni o controindicazioni particolari! Finita la visita, messi i punti, comprato le medicine sfuse più due caramelle per la gola omaggio che se le compri in Italia ti costerebbero tanto quanto un anello d’oro ci lasciarono finalmente tornare a casa. Mentre PCLPLDCDNT stava per chiamare un rickshaw mi accorsi che eravamo esattamente dietro casa! Guardai PCLPLDCDNT lui guardò me e telepaticamente ci dicemmo “non ci ammazza più nessuno ormai, torniamo a casa a piedi”…. Si vabbè non proprio telepaticamente gliel’ho dovuto chiedere due volte perché non è che impazziva dalla voglia, ma se siamo sopravvissuti ad un driver che non sapeva dove andare, all’infermiera che seguiva indicazioni mediche a distanza e ai tipi del nostro palazzo che di me e della mia ferita non sapevano cosa farsene direi che il brivido del traffico assassino non ci spaventava più come prima!

 

 

*se inspiegabilmente vi siete persi i post precedenti PCLPLDCDNT è “la persona che lavora per la ditta causa del nostro trasferimento”.

 

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Un pensiero su “Little miss taglia

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