Billy Elio

 

Tutti amano mangiare nei posti più luridi, nessuno si lascia sfuggire un panino a fine serata, tutti abbiamo portato i nostri amici almeno una volta a mangiare dal paninaro più lurido delle vicinanze, è inutile negarlo.

 

Ovviamente anche in India il cibo più buono lo trovi nei posti più luridi, solo che qua i posti più luridi sono veramente i più luridi, non si può spiegare a parole ma cercherò di descrivere la mia prima esperienza con il cibo di strada.

 

Premetto che per me non mangiare sano è una sorta di ribellione al nazi-salutismo del Sultano, lui piuttosto che nominare McDonald’s si farebbe lapidare in centro a Fratte perdendosi la messa della sera. Ogni volta che sente parlare di Kebab si mette a borbottare, apre la Bibbia e ci confessa tutti, a forza. La prima volta che venni a conoscenza del cibo luridi mi sentii come una amish che per la prima volta scopre la lavatrice… miracolata.

 

Qua in India, invece, per il primo periodo diventai una sorta di maniaca del pulito, mi lavavo le mani sempre e non smettevo di strofinare prima di aver finito di contare fino a 30! Pulivo la casa come una vera donna frustrata, volevo avere sempre tutto splendente ma soprattutto evitavo i contatti con chiunque… amuchina che si sprecava. Naturalmente nascondevo questa mia debolezza, esattamente come una amish si trattiene dal dire che sogna una lavatrice, quando gli altri italiani mi invitavano a mangiare lurido annuivo con un entusiasmo esagerato. Non riesco ancora a capire come facessero a non accorgersi che finivo mezza bottiglietta di amuchina a sera, di tutte le volte che pulivo il bicchiere con un fazzoletto portato da casa, del mio panico crescente e delle mie scuse al limite del ridicolo. Un giorno la “persona che lavora per la ditta causa del nostro trasferimento” che per comodità chiamerò PCLPLDCDNT arrivò a casa e mi disse: “domani partiamo”.

 

Ovviamente presa dall’entusiasmo mi preparai la valigia come se dovessi andare ad una vacanza fra amiche, non pensai neanche per un secondo che stava per accadere l’inevitabile.

 

Non sto qui a raccontare il viaggio possiamo solo immaginarlo insieme.

 

Dopo tre giorni di dieta semi forzata, e un giorno di cibo elemosinato da sconosciuti un bel giorno ci troviamo in mezzo ai campi… non c’era veramente altro. Anzi c’era un agnello legato ad una baracca abbandonata. Posso descrivere la giornata semplicemente dicendo che alle undici di mattina eravamo già tutti bruciati dal sole, intendo che eravamo quasi tutti arsi vivi. Un inferno.

 

A mezzogiorno ci avviamo tutti allegramente per andare in ristorante. Io, che come ho premesso all’inizio, sono abbastanza stupida, non so perché ma mi immaginavo una piccola e graziosa osteria con uomini che bevono vino, bestemmiano e giocano a carte. Tutte cose che in India non succedono e non succederanno mai. Arriviamo davanti a questo “ristorante” e non scendo neanche dalla macchina, il mio shock era pari a quello del tipo di “Misery non deve morire” quando si rende conto che la tipa è una pazza. Iniziai a dare di matto e questa volta se ne sono accorsero tutti (tutti tranne PCLPLDCDNT ovviamente)! Il posto era una baracca, c’erano delle ventole per scacciare le mosche, c’erano ovviamente 25 gradi, quello che non c’era era un’altra femmina. Dopo vari sguardi divertiti da parte degli indiani decido di calmarmi e di andarmi a sedere. La prima cosa che notai fu l’apparizione di una donna (in realtà era una collega di PCLPLDCDNT ed era vestita da lavoro così bene che più che una femmina sembrava l’ispettore Gadget), mi sentii subito meglio. Ormai sconfitta notai che i piatti erano di carta e subito iniziai a sentirmi in colpa.

 

Discorso-da-pazza.

 

“Hanno i piatti di carta, merda Michela questi i se pi neti dee bettoe tacà casa tua, soeo perché i se pieni de mosche te ghe fatto tiri da ebete, date na calmada e in ogni caso te ghe un pomo in macchina che te speta.”

 

Esattamente due minuti dopo scoprì che i piatti di carta venivano tutti risciacquati nello stesso secchio, mi girai con fare svogliato verso PCLPLDCDNT che non credeva alla propria fortuna, poteva finalmente incastrarmi, aveva di sicuro pianificato tutto… maledetto.

 

Feci la cosa che mi veniva più naturale, iniziai a fare finta di essere un’altra persona, un gioco che inventai non so quanto tempo fa. Semplicemente mi isolo dal mondo, fingo di essere qualcun altro, in questo caso una ricca donna aristocratica che si è trovata in questo luogo per caso, e mi focalizzo sull’obbiettivo, sopravvivere e vincere un sacco di soldi. Avventura-ricchezza-reality show.

 

Finché fingevo di essere la marchesa mi accorsi di una cosa bellissima, poi guardo bene e non è una cosa, è il cuoco.

 

Questa persona è rimasta nella nostra memoria come una sorta di Bud Spencer indiano, una favola diventata realtà. Il personaggio in questione era scalzo, aveva un canovaccio legato in vita a mo di gonnellina e indossava una canottiera marrone davanti e grigia dietro. Anzi mi correggo, portava una canottiera a costine (la canottiera della salute per intenderci) che una volta era bianca ma a forza di usarla era diventata marrone davanti e grigia dentro. Quell’uomo aveva così tanta passione per il suo lavoro che la dispensava su ogni pietanza, in poche parole mescolava la brodaglia sulla pentola con le mani, sporzionava con le mani, si puliva le mani sul canovaccio-gonna, toccava le mani degli altri e via così, un circolo continuo.

 

Come tutte le cose bellissime non ho prove della sua esistenza posso solo portarlo nel cuore. Il riso preparato da questo Cracco indiano veniva servito su un vassoio unico, con le mani ti prendevi la tua porzione e mangiavi sui piatti di carta risciacquati.

 

Esattamente in quel momento fui colta dal panico, cosa dovevo fare? Fare un torto a Bud? Provare a morire di colera? Fare un torto a Bud?

 

Non ce la facevo proprio a tradire Bud dopo che aveva sfoggiato quell’outfit autunno-inverno solo per noi. Decisi di prendere solo il riso, non la broda di condimento… anzi si solo un po’.

È finita che il mio riso l’ho divorato tutto, come divorai il pane locale. Anzi, finì veramente con la vista della cucina. È stato qualcosa che nessuno dovrebbe vedere, qualcosa di terribile ma irresistibile. Fu in quel momento che il cuoco, il Bud indiano, il nuovo Cracco, arrivò da noi e con il suo sorriso buono ci strinse la mano piena di cibo, olio e chissà cos’altro. Solo a ricordare questo momento piango. Per non sembrare degli stronzi gli abbiamo anche saccheggiato il bar, dandogli mance e pacche sulla spalla. Al ritorno in macchina tutto mi appariva più bello, più luminoso. Non avevo neanche più paura di tutte quelle malattie strane perché sapevo che da allora il Bud vegliava su di me!

 

Immagine

 

Copyright 2014 Tutti i diritti riservati

Le immagini contenute in questo articolo sono di proprietà del cuoco Bud, essendo questa l’unica testimonianza del ristorante soprannominato “da Bud”.

Ne e’ vietata la vendita, la riproduzione, l’utilizzo e la distribuzione senza autorizzazione scritta del proprietario.

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5 pensieri su “Billy Elio

  1. Pingback: L’incarto | sopravvivereinindia

  2. Ecco come sono i “ristoranti” in cui mangiavamo e che non sapevo come descrivere a chi non c’è mai stato! Proprio quelli! Ho visto anche i retro-cucina…immagino fossero come quello che hai visto tu.
    Ricordo che una volta mentre aspettavamo che arrivasse il cibo, davanti alla tavola apparecchiata con stoviglie di alluminio la mia amica prese in mano il bicchiere e, in un rigurgito di igiene, cominciò a stri sciarlo con un tovagliolino. Se ne accorse uno dei proprietari del locale e si precipitò a strofinare tutti i piatti ed i bicchieri con grande energia…mi ha fatto tenerezza questo suo sussulto di dignità!
    Ci è sempre andata bene..ma abbiamo sempre mangiato cibi ben cotti e cotti al momento

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