Apocalipto

Ogni tanto anche a noi capita di viaggiare fuori dall’India e al ritorno puntuale come la pioggia il primo giorno di ferie, ci imbattiamo nella terribile immigrazione indiana.

Dover passare per l’immigrazione nell’aeroporto a Mumbai è più frustrante delle dodici ore di aereo, del bambino che per 9 ore ti ha urlato nell’orecchio e del tipo che dietro a te (proprio mentre stavi sognando di essere ricca, famosa  e sposata con Briatore) decide di aggrapparsi al tuo sedile e svegliarti. Mi sono scervellata a lungo ma non riesco a pensare a niente di peggio dell’immigrazione nell’aeroporto di Mumbai.

La prima volta che arrivai in India, come ho spiegato negli articoli precedenti, non avevo nessuna idea della mia destinazione, mi sono svegliata, sono andata in cucina, mi sono ritrovata in un negozio a comprare una valigia zebrata, mi sono risvegliata ad Istanbul mi sono alzata e mi sono trovata all’immigrazione. È andata veramente più o meno così.

La prima cosa che pensai fu: cerca qualche veneto (lo facciamo sempre e ci riconosciamo a vista d’occhio), ma sfortunatamente sembravano tutti indiani, quindi mi faccio prendere dal panico perché l’hostess di bordo, oltre al cibo, si era dimenticata di darmi il foglietto da consegnare all’immigrazione.

INIZIO DEL DRAMMA.

Esco dalla fila da brava novellina e mi metto a cercare il foglio per tutto l’aeroporto, ovviamente durante la mia ricerca ho continuato a ripetermi di stare calma, pensare con calma ed agire con calma. Ad un certo punto si illumina qualcosa davanti a me ed è proprio il foglio dell’immigrazione, mi metto a ridere da sola come una scema e mi incammino verso la fila. Non riesco a fare due passi che mi accorgo di non avere una penna, mi assale il panico, inizio a sudare freddo (il mio piano era di non parlare con nessuno, considerando che allora il mio inglese era un mix fra: italiano, dialetto veneto, spagnolo e frasi tratte dal Jersey shore), inizio ad avere degli spasmi nervosi poi una voce mi sussurra: “nel posto in cui hai trovato il foglio non temere troverai una penna… eat it”… la proposta di mangiarla mi sembrava un po’ strana ma il collegamento foglio-penna mi convinceva. Mi dirigo verso il posto destinato ai fogli e ovviamente non c’era niente a parte un guardiano che mi guardava e ruttava.

Ancora ignara del rutto libero indiano presi quel rutto come un gesto d’amicizia e gentilmente gli chiesi una penna… gliela chiesi in vari modi: in inglese, con il caro vecchio gesto dello scrivere, ho disegnato una penna con il sangue, cinque o sei volte ho provato anche a chiederglielo in italiano ma lui niente, imperterrite mi rispondeva in hindi. Stavo per arrendermi quando il tizio ritorna con una penna, non l’ho baciato perché aveva una strana patina lucida in faccia, un misto fra sudore e fondotinta di una strana marca.

Beh, grazie al cielo potevo finalmente raggiungere la fila.

PREMESSA

Il Sultano mi ha abituato ad un rigore maniacale quando si tratta di rispettare le regole, tant’è che prima di infrangere una qualsiasi regola, per esempio passare sotto le sbarre del treno per arrivare al binario (cosa obbligatoria da fare a Fratte Centro non per qualche strana iniziazione ma perché è l’unico modo per arrivare all’unico binario della nostra stazione!), da piccola mi facevo venire dei veri e propri attacchi di senso di colpa. La prima volta che mia madre e il Sulti scoprirono che io e mia sorella avevamo rubato una sparabolle al supermercato del paese ci misero in castigo per un’eternità, ci fecero saltare le feste di compleanno più cool (quelle con le merende più buone per intenderci) e ci fecero portare indietro la merce rubata. Il commesso, lo ricordo ancora, con gli occhi mi diceva “ruba tutto a questi bastardi, ruba a questi fottutissimi fascisti del cazzo assetati di potere come Hitler, al colloquio non mi hanno nemmeno chiesto la differenza tra il segno e l’apparenza, cioè che il segno si decifra e l’apparenza non si deve assolutamente decifrare.” Si forse non voleva proprio dire questo ma io quel suo sguardo lo ricordo così!

Comunque, appena compilai il mio maledetto foglio dell’immigrazione e mi misi in fila cominciarono i problemi. Allora, se sei onesto, se rispetti la fila, tutti si accorgeranno che sei un novellino, inizieranno a passarti davanti come se niente fosse, se tu non replichi, non li guardi male o non ti fai valere hai perso. Io, ovviamente, vuoi la tremarella da panico, vuoi le mie risposte in dialetto veneto misto inglese, mi sono fatta sgamare subito. C’è stata gente che mi ha travolto con gli zaini, mi hanno pestato con le valige, ascellate in faccia che si sprecavano, finché grazie a tutti i santi e non, sono riuscita ad arrivare davanti all’ometto dell’immigrazione. Gli faccio intendere che non capisco un cazzo quando parla, lui non intente e iniziamo una conversazione a gesti… dopo dieci minuti passati a renderci ridicoli a vicenda mi lascia passare.

PURGATORIO DEL DRAMMA

Appena passo la famigerata immigrazione mi sento libera come non mai, presa dall’entusiasmo proprio di chi atterra per la prima volta a Mumbai mi convinco che la mia agonia è finita. Sento già la brezza marina di Mumbai che mi scompiglia i capelli, inizio a ridere di me stessa finché non mi accorgo che un tipo davanti a me sta chiedendo documenti e biglietti aerei. Si perché a Mumbai ti controllano cento volte prima di lasciarti uscire, non si sa mai magari ti sei calato dal soffitto, hai usato una passaporta, ti sei teletrasportato e hai deciso di fermarti proprio all’immigrazione. Non mi sono messa a piangere perché il panico era alle stelle. Mi rifaccio controllare e arrivo ai bagagli. Trovo subito la mia valigia zebrata e mi dirigo verso l’uscita. Ovviamente prima sono costretta a passare per altri due controlli. A cento metri dalla porta per uscire inizia lo stalking, qualsiasi persona vuole venderti qualcosa, affittarti qualcosa, aiutarti con le valige o semplicemente scambiare qualche parola in hindi.

Non credo di essere mai stata così vicina al crollo nervoso. Ero io, la mia valigia zebrata, la mia maglia della tuta rigorosamente legata in vita e sentivo qualcosa che saliva piano piano… non era rabbia, non era la famosissima spiritualità indiana (che io devo ancora trovare), non era Gandhi che sorridendo mi diceva: “non odiare siamo tutti uguali” era un genio che mi tirava la sua valigia addosso e pretendeva di passare anche se eravamo tutti fermi.

CONSIGLIO ALLO SFORTUNATO VIAGGIATORE

Ormai mi sono abituata a questo tipo di cose e se posso dare un consiglio, appena atterrate a Mumbai potete intraprendere due strade:

  1. La più facile. Arrivate già incazzati, pieni d’odio, convinti che il mondo si sia rivoltato contro di voi. Nessuna pietà per nessuno deve essere la vostra parola d’ordine, ma ricordate bene se intraprendete questa strada il vostro rigore dovrà essere assoluto, nessuno deve passarvi davanti, fate facce cattive sempre e comunque! Ho visto gente iniziare a correre quando erano ancora dentro all’aereo, voi dovete fare di più, dovete iniziare a correre sul posto, finché siete ancora in aereo, e dopo via più veloci del vento.
  2. Rassegnarvi con onore. Questa è la mia arma vincente. Alzatevi dal vostro posto per ultimi, aspettate che siano scese anche le hostess e recatevi con una calma surreale fino all’immigrazione, non preoccupatevi per arrivarci ci metterete un’eternità in ogni caso. Fate come nel video “Bitter Sweet Symphony” dei Verve, camminate impassibili facendo finta di non vedere nessuno, magari canticchiate anche la canzone. Il vostro buon umore e la vostra calma, forse, vi aiuteranno a superare l’inevitabile, a far finta che quella non sia la chilometrica coda per uscire dall’immigrazione ma la fila che precede un paesaggio caraibico da sogno. Salutate l’indiano dell’immigrazione come se fosse un fratello, il vostro buonumore lo coglierà talmente di sorpresa che vorrà mandarvi via prima possibile. Mostrate i vostri documenti ai successivi ventimila controlli con garbo e buonumore, come se non foste in un maledetto aeroporto da secoli ma nel più esclusivo hotel del mondo. Ovviamente passerete comunque due ore della vostra vita li dentro, di certo qualcuno vi rutterà addosso ma vuoi mettere ricevere un rutto in faccia pensando di essere in fila da una maledetta ora e mezza in un maledetto aeroporto, o ricevere un rutto in faccia pensando di essere nel più esclusivo hotel del mondo?!
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3 pensieri su “Apocalipto

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