Sopravvivere all’induismo

In questi lunghissimi anni di permanenza in India ho diviso gli occidentali che si approcciano all’induismo in tre categorie: i neutri, i cristiani e gli esaltati.

  • I neutri 

I neutri sono persone che guardano all’induismo con curiosità e interesse, perfettamente coscienti del fatto che si tratta di una religione che, come tutte le religioni, ha spopolato grazie alla superstizione delle masse. 

Personalmente mi piace scoprire come l’induismo sia responsabile di ingiustizie e credenze varie. 

Dei rituali induisti amo il fatto che, nella maggior parte dei casi, non sono cambiati negli anni, quindi è un po’ come vedere una rievocazione di super quark, ma dal vivo. 

I neutri sono solitamente atei, o persone dotate di ragione propria.

  • I cristiani

Questa categoria di persone è solitamente composta da turisti o expat che si recano in India e deridono o criticano qualsiasi rituale, usanza o divinità induista, poi tornano in Italia e trovano perfettamente normale credere in un Dio bianco, barbuto che vive su una nuvola.

Non penso di essere una persona dotata di un’intelligenza straordinaria, ma mi sono sempre chiesta perché i miracoli di padre pio siano perfettamente accettati ma i miracoli dei vari profeti induisti no. 

Non capisco neanche perché ci sia tanta indignazione per il fatto che i vari monaci ricevano soldi da famiglie private mentre in Italia la chiesa cattolica non paga una tassa che sia una, nell’indifferenza di tutti. 

Ma si sa, i cristiani e i religiosi in generale peccano di coerenza e chi sono io per giudicare (cit.)

  • Gli esaltati

Per mia sfortuna con queste persone solitamente ho rapporti frequenti. 

Sarà che quando dico di vivere in India la gente da per scontato che io sia diventata una specie di madre Teresa di Calcutta ossia vecchia, albanese, religiosa, antiabortista e anti divorzio. 

Sarà che nel mondo degli yogi gli esaltati superano le persone normali, ma inspiegabilmente io attiro questa gente e loro attirano le mie ire più dei cristiani.

Gli esaltati fanno yoga, ma non fanno yoga come te, loro lo fanno meglio, in maniera più spirituale. 


Gli esaltati hanno la casa che puzza di incenso e di canzoni mistiche, avete presente quelle canzoni in cui si sente solo un flauto traverso, un tabla e un sitar? Ecco, proprio quelle.

Entrate in casa loro e sembra la fiera dell’eqo-solidale. Immancabili i libri di Osho, Terzani e di qualche scrittore a caso che però dell’India ne sa. 

Solitamente queste persone hanno almeno un tatuaggio legato all’induismo, se sanno il significato non ci è dato saperlo perché alla richiesta di spiegazioni partirà un pippone enorme impossibile da ascoltare. 

Il tutto sarà preceduto un’occhiata indignata, perché tu sei uno sporco occidentale, materialista, ignaro delle bellezze dell’induismo e dell’India. 

Le loro case sono arredate con statuine e ciarpame vario che se lo rivendi ti ripaghi il mutuo di tre case, in centro a Milano, ma il materialista sei sempre e comunque tu.

L’esaltato, essendo super spirituale, nella vita di tutti i giorni è solitamente una merda, per non perdere le tradizioni cristiane! L’esaltato pratica meditazione e ci tiene a ricordartelo costantemente.

L’esaltato solitamente è solo una persona annoiata, depressa o semplicemente demerda che, arrivata in India, per colmare il vuoto della sua stronzaggine, si è buttato sulla religione. Insomma è un cristiano che non c’è l’ha fatta!

In questo scenario disastrato ci sono tantissimi santoni o finti tali che fanno i soldi alle loro spalle. 

Io, che non so se compatirli o deriderli, ho smesso di provare a farli ragionare e ho semplicemente deciso che alla fine, se sei coglione, un po’ te lo meriti di andare in giro vestito come uno scemo, gonfio del tuo ego, deriso e truffato dagli indiani! 

Sopravvivere al diventare grande

Sono diventata grande in India, anche per questo un po’ la odiavo all’inizio, nella mia eterna adolescenza stavo bene. 

Mi piaceva pensare che la vita fosse un eterno Meraviglioso mondo di Ameliè e l’attivismo si riducesse all’aver visto i film di Muccino, quello grande. 

Diventare grande è sempre stata una fatica a cui avrei preferito rinunciare, poi sono arrivata in India, la prima cosa che ho visto sono state una cinquantina di persone che cagavano assieme. Direi che questo basta per fermare l’età dell’innocenza.

Sono diventata grande e avevo la stessa taglia di vestiti, la stessa faccia, gli stessi libri, eppure non mi piaceva più niente. 

Mi sembrava di avere sempre la sensazione che ho provato quando ho riguardato dopo anni Santa Maradona, “davvero mi piaceva questa cagata? Davvero?”. Mi mancava la terra sotto i piedi. 

Non potevo neanche mascherarmi dietro alla tipica disillusione hippie perché a me gli hippie non sono mai piaciuti, non mi convincevano i ricchi degli anni ’60, quelli che hanno lasciato gli ideali per diventare non si sa cosa. 

Ho sempre preferito donne come le mie nonne, una maschilista e l’altra femminista, una che non lasciava mai casa sua e una che ha vissuto il periodo più bello della sua vita in Svizzera, a farsi i cazzi sui, come direbbe lei. 

Arrivo in India e mi imbatto nella puzza, le mucche, gli occidentali freak, gli uomini che contano di più delle donne e mio marito che non ha tempo per consolare la mia crisi adolescenziale. 

Un inferno per un’egocentrica, paranoica, insicura come me. La odiavo. Odiavo tutto di questo paese, odiavo persino le cose che prima mi piacevano. 

Schifo e merda diventarono le mie parole preferite, come i bambini dell’asilo, regredire è sempre la soluzione più semplice ai problemi!

L’India naturalmente non ascolta le tue lagne e come il bambino che odiavi alle elementari spinge le situazioni al limite.

Un manager che finge gentilezza solo quando c’è tuo marito, uno spazzino che con nonchalance si infila in ascensore e ti tocca una tetta, le vecchie che ti aspettano per strada per deriderti e una miriade di bambini che ti urlano cose incomprensibili in faccia.

Era bello quando ero piccola, zero responsabilità, grandi razzismi ed enormi perplessità sulla veridicità della Bibbia. Dubbi che la suora risolveva con urla e minacce di deportazioni all’inferno. Era comunque tutto più semplice dell’India.

Ho odiato così tanto questo paese fino al punto di consumarmi, poi ad un certo punto, in uno slancio di lassismo ho mollato la presa, ho deciso di mandare a fanculo tutto. 

Decisi di mollare la pelle di adolescente e vedere cosa si provava a non avere nessuna certezza. Mi sono lasciata andare, perché alla fine avere il controllo di tutto è solo un illusione e l’India te lo sbatte in faccia da subito.

Sono diventata grande dicevo, all’inizio non me ne sono neanche accorta, poi un giorno senza sapere perché mi sono resa conto di essere felice del mio non autocontrollo, della mia vita. 

Ci sarei potuta arrivare prima, la felicità è una cosa semplice ma l’infelicita è una cosa semplicissima, costruita dalle mie paranoie, dal mio desiderio di controllare tutto e, soprattutto, dall’incapacità di ammettere che stavo male. 

E io stavo male davvero. 

Quel male che ti prende a volte, quando cammini, quando cucini, quando ti fermi per un secondo. 

Quel panico che sai essere lì, quello che aspetta solo te, e ti fermi in mezzo ad una stanza e non sai come fermare l’attacco di pianto. 

Quella tristezza che ti prende sempre e che non sai spiegare, perché alla fine sei fortunata, sei in salute ma non riesci a stare bene. Ecco, adesso riconosco che stavo male. 

Purtroppo mi ha curato l’India, purtroppo perché l’India lo fa a modo suo, un modo brutale. 

L’India prende a sberle in faccia la ragazzina viziata che eri e ti strappa un po’ di cuore, pezzi che purtroppo non torneranno più a posto. 

Se avessi chiesto aiuto prima, se mi fossi fatta aiutare, se qualcuno avesse capito che, sì ero fortunata ma ero anche tanto infelice, forse adesso non avrei sempre il sospetto che quel attacco possa tornare. 

Dall’altra parte sono contenta che sia stata l’India a svegliarmi, forse quel pezzo di cuore andava rimosso, per dimostrarmi che alla fine ho la forza di alzarmi, se solo mi impegno a farlo. 

L’India mi ha tolto tanto, purtroppo l’India è così, prima di dare si prende. 


Con questo voglio dire a tutte le donne che si trovano in un momento di debolezza che chiedere aiuto non è mai una sconfitta, anzi. 

Tantissime donne, che si ritrovano sole, all’estero, ad affrontare una cultura completamente diversa dalla loro, si isolano e, decidendo di non chiedere aiuto, vanno incontro a gravi malattie o a gravi dipendenze. 

Non abbiate mai paura di chiedere aiuto

C’è ancora un insensata vergogna nel parlare di fragilità e salute mentale, quindi non nascondetevi, non aspettate ma fatevi aiutare, e soprattutto parlatene. 

Lo so che è difficile, ma la vostra storia potrebbe essere d’aiuto a qualcuno che come voi sta affrontando un momento di grande difficoltà. 

Alla fine, diventare grandi o essere grandi non è mai così semplice come lo immaginavamo da piccoli!

Sopravvivere all’essere donna in India

“La violenza è democratica”, 

Nascere: dal 1994 per i genitori è illegale sapere il sesso del nascituro prima del parto. Molte donne, venute a conoscenza di essere incinte di una bambina, ricorrevano all’aborto, causando uno squilibrio nelle nascite fra maschi e femmine. La prima difficoltà per una donna è dunque nascere.

Crescere: il matrimonio, prima dei quindici anni per le femmine e ventuno per i maschi, dovrebbe essere illegale. Dovrebbe, perché spesso il matrimonio fra minorenni viene celebrato senza nessun problema, soprattutto nei villaggi e fra le persone più povere. 

Se sei donna e non sei ricca potresti sposarti con uno sconosciuto a quindici anni, con un’alta possibilità di diventare subito madre. La seconda difficoltà per una donna (in questo caso, soprattutto se  povera) è crescere serenamente.

Innamorarti: Mi ritrovo in questi giorni a parlare con le mie amiche, madri devote di teenager belli belli in modo assurdo, con tenacia sostenengo che non c’è niente di più bello delle storie d’amore fra sedicenni. Mi ricordano il tempo delle mele e tre metri sopra il cielo, due film che non ho il coraggio di riguardare, ma che al tempo conoscevo a memoria, seppur vergognandomi, perché mi piaceva mantenere quella finta aria da bulla, controcorrente, con il libro dei no global, mai aperto, sul comodino.

In India, invece, anche l’amore fra sedicenni potrebbe essere un problema. 

Il matrimonio organizzato è una pratica ancora in voga, accettata da alcuni e scelta obbligata per altri. Il matrimonio organizzato è molto democratico, tocca tutte le caste, i ricchi organizzano i matrimoni fra ricchi e i poveri fra poveri. La donna deve pagare una dote al marito e alla sua famiglia, dote che perde in caso di divorzio. 

La dote è un premio che la famiglia di lei dà alla famiglia di lui, una ricompensa, un regalino forzato. A volte la famiglia di lei subisce forti pressioni per il pagamento e questa è una causa diretta dell’aborto selettivo. Le femmine costano soldi, ti tocca dargli da mangiare, magari farle anche studiare e una parte dei tuoi soldi sai che andrà alla famiglia del marito. 

Ecco, la terza difficoltà per una donna è: poterti innamorare serenamente di chi vuoi, non doverti preoccupare della dote o dello sconosciuto che dovrai sposare.

Lavorare: ci sono ancora troppe famiglie convinte che la donna debba obbligatoriamente stare a casa a pulire, fare figli, cucinare e stop. Nel migliore dei casi, se la tua famiglia è ricca e convinta che non puoi lavorare in quanto donna, verrai circondata dalle maid, la servitù, come nell’800. 

Se, per tante donne, essere crogiolate dalle serve è un’aspirazione di vita, per molte altre il matrimonio preclude la strada del lavoro e quindi dell’indipendenza. La mancanza di risorse proprie rappresenta un ostacolo per la donna che vuole fuggire dal marito, o dalla famiglia del marito, in caso di abusi. 

Spesso le donne sono intrappolate in rapporti violenti perché la loro famiglia non le riprenderebbe a casa, in caso di divorzio, e senza il marito non saprebbero dove andare. Anche in questo caso le tradizioni colpiscono donne povere o ricche, anche le tradizione sono democratiche. La quarta difficoltà per una donna è l’indipendenza.

La famiglia: spesso la donna quando si sposa va a vivere nel paese del marito, lontano dai suoi cari. Tradizione che complica la situazione della donna in caso di abusi, lontano dai propri affetti, spesso costretta in un matrimonio organizzato, senza risorse proprie. In questo caso le più svantaggiate rimangono le donne delle caste più basse perché, se qualcosa sta cambiando nelle caste più alte e nelle città, le donne più povere e le donne dei villaggi rimangono spesso vittime sole della violenza di mariti e della famiglia del marito. La quinta difficoltà per una donna è: essere tutelate o aiutate in caso di violenza domestica.

L’ultima, e la più difficile da accettare, è  la possibilità di scegliere chi vuoi essere nella vita

Io, Michela, figlia di infermieri non ho mai dubitato del fatto che da grande avrei potuto fare qualsiasi tipo di lavoro, ho passato tutte le fasi: parrucchiera, astronauta, suora, suora alla sister act, suora missionaria, suora di clausura, aiuto bestie di satana, barista, cameriera, attrice, scrittrice, insegnante di yoga, dio. 

Probabilmente, se fossi nata in India e fossi stata Michela figli di infermieri da grande avrei scelto fra la moglie e la moglie, e questo è quello più ci deve far riflettere.

In questo clima di impotenza cosa possiamo fare noi espatriati, o noi donne del cosiddetto “primo mondo”? Possiamo dare il buon esempio, sempre continuamente, costantemente, dobbiamo dimostrare che un altro mondo è possibile. 

Un mondo in cui le donne e gli uomini vivono serenamente, un mondo in cui la donna non deve essere relegata a semplice schiava della casa, obbligata a sentirsi appagata in quel ruolo, sminuita se non ha figli, se non decide di sposarsi. L’uomo non deve essere un semplice mulo da soma, forzato ad essere insensibile, privo di qualsiasi debolezza, sicuro sempre e comunque, magari un po’ manesco, possessivo e ASSOLUTAMENTE riluttante a qualsiasi lavoro casalingo. 

La parità di genere è un risultato a cui dobbiamo aspirare sempre, dobbiamo essere un modello per tutti i paesi che purtroppo hanno ancora troppe difficoltà per quanto riguarda i diritti per le donne e parlo di diritti elementari, come quello di non essere uccisa solo perché sei donna. 

Io, in questa grande democrazia, che è bella proprio perché è varia, ho scelto di fare un piccolo gesto per queste festività imminenti, ho deciso di donare all’associazione Deep Griha perché sostiene progetti per il gender equality, l’autonomia delle donne e fa prevenzione su temi importanti quali l’AIDS. 

Io, Michela, mancata, parrucchiera, astronauta, suora, suora alla sister act, suora missionaria, suora di clausura, aiuto bestie di satana, barista, cameriera, attrice, scrittrice e dio, spero vivamente che la parola FEMMINICIDIO, smetta di essere un tabù.  

Dobbiamo aprire gli occhi e prendere atto del fatto che ogni anno, ogni giorno, troppe donne muoiono, sistematicamente, solo perché sono donne e solo perché non hanno la possibilità di essere altro nella vita, se non una pancia, pronta per gonfiarsi di un’altra vita. Dobbiamo far si che non ci siano più donne che “seguono il loro destino come una spiga al vento, aspettando che la vita passi come un soffio”*

* ferite a morte

Sopravvivere alle donne in India

Quando mi chiedono cosa mi piaccia di più dell’India, oltre alla solita banalissima risposta: i colori, i sorrisi delle persone, i poveri che ridono e blablabla, non posso omettere il fatto che dell’India mi piace anche l’assoluta mancanza di considerazione per le donne.

Potrebbe sembrare stupido, ma accorgersi di quando poco contano le donne in India è una scoperta continua che mi lascia sempre meravigliata e basita. Qui le donne, avendo meno diritti delle vacche sacre, per dare un po’ di brio alla loro situazione di persone bistrattate da tutti, cercano di farsi la guerra fra loro, un atteggiamento geniale che di sicuro è stato esportato in Italia da qualche hippie nostalgico. Continua a leggere

Sopravvivere alla modernità 

Venerdì scorso ho indossato per la terza volta in vita mia il sari.

 Come ho già scritto, il sari, è un abito che le donne portavano quasi in ogni occasione, io lo ritengo una delle cose più belle e più scomode dell’India, però, lo premetto, sono di parte, perché con le gonne non ho mai avuto un buon rapporto.
Questo abito tradizionale è stata una delle prime cose che mi ha fatto dubitare della modernità di Pune, ma andiamo per ordine.

Qualche giorno fa, mentre ero in macchina con un’amica, passando vicino a un cantiere, abbiamo visto delle donne in sari mentre facevano dei lavori pesanti. Ovviamente non è l’abito che consiglierei a un’operaia italiana, prima di tutto è scomodo, seconda cosa non ti permette di lavorare in sicurezza. 

La mia amica giustamente disse: “finché le donne saranno costrette a portarlo non faranno mai quel salto che gli permetterà di avere gli stessi diritti degli uomini”. 

Fin qui sono d’accordo, le donne devono avere il diritto di portare quello che vogliono e spesso le donne più povere sono costrette a portare il sari per una sorta di “codice di decenza”

L’altra faccia della medaglia è che le donne ricche stanno lentamente abbandonando gli abiti tradizionali, a favore di vestiti più occidentali, scomodi tanto quanto il sari ma almeno fanno “donna bianca”, il tutto grazie ai programmi televisivi e a noi espatriate che involontariamente diamo il messaggio che i nostri vestiti sono quelli che danno lo status-symbol di donna contemporanea.

Questa nuova moda è totalmente a favore delle grandi industrie, che se ne sbattono di creare vestiti a basso impatto ambientale o che sfruttano i bambini, e crea enormi svantaggi ai piccoli sarti.


E, nel mezzo di tutto sto casino, noi espatriate ci chiediamo: è giusto abbandonarsi al comfort di una maglia che porterei tranquillamente anche in Italia, pagata non più di cinque euro? 

Oppure è giusto andare a giro come delle stupide (badate bene che a Pune per fare tre chilometri di solito ci impieghi mezz’ora), spendere un po’ di più in un negozio di fiducia e comprare solo vestiti fatti a mano? 

Ovviamente la seconda opzione è quella giusta, per iniziare noi espatriati abbiamo il privilegio di poter scegliere, economicamente stiamo bene e anche se i soldi non fanno la felicità, in India sono un gran privilegio. 

I vestiti fatti a mano solitamente costano di più perché il materiale è migliore, se potete veramente scegliere, fatevi fare i vestiti da chi tratta i propri lavoratori con DECENZA. Solitamente l’India non ha carenza di sarti, quindi, su un milione, trovarne uno che lavora con onestà non dovrebbe essere difficile.

Un altro punto che mi ha sempre turbata nel comprare al centro commerciale è che, tolti i modelli dei brand indiani, tutti i modelli dei brand più fighi sono caucasici e bellissimi. 

In poche parole qui passa il messaggio, accolto a braccia aperte dagli indiani ricchi, che più sei bianco più sei figo. Dimenticate il “if you try black you will never come back”, qui vige il “if you try to be white you will be great”. In poche parole questi enormi centri commerciali con una media di cinque negozi indiani e cinquanta negozi stranieri, stanno lentamente spazzando via tutti i vestiti belli e tipici dell’India. 

Quanto è giusto imporre o favorire una modernità che è solo occidentale? Il sari è scomodo e sarei felice di vedere le donne che fanno lavori pesanti indossare qualcosa di più consono e più sicuro per il lavoro che fanno, ma questo non sta succedendo. Il sari sta scomparendo solo per chi può permetterselo.

Io credo che, come al solito, noi espatriati non possiamo sentirci estranei agli acquisti consapevoli, perché nel nostro piccolo possiamo cambiare qualcosa. Basterebbe pensare un attimo a tutti i bambini che vediamo continuamente lavorare per la strada, perché l’elemosina, per loro, è di fatto un lavoro. 

Basterebbe chiedersi, voglio supportare un consumo non consapevole? Comprando quello che forse è stato fatto da un bambino? Voglio comprare qualcosa che probabilmente avrà un impatto negativo non solo sull’ambiente ma anche nella vita delle persone? Facendo passare il messaggio che, l’India è strapiena di difficoltà, ma sono difficoltà di cui io mi potrei sciacquare le palle perché tanto non vivo qui? 

È giusto comprare a caso perché tanto, guarda, anche i miei amici indiani con i soldi fanno così? 

Io credo di no, credo che ogni piccola presa di coscienza, se condivisa, possa fare la differenza, credo che la modernità debba arrivare anche a Pune ma sono sicura che arriverà con i tempi indiani, che solitamente sono lunghi, e credo debba essere un traguardo degli indiani. 

In quanto donna espatriata, quindi essere umano che nella scala di importanza vale come “un cazzo di niente” credo sia importante mostrarmi attenta a quello che acquisto e al tipo di vita che decido di fare in un paese che di difficoltà ne ha anche troppe. 

Cerchiamo di essere un piccolo cambiamento in un grande mondo che non vuole cambiare, mostriamo che possiamo essere qualcos’altro, e non solo dei vecchi, lagnosi, nostalgici del bel paese!

Sopravvivere all’inquinamento

Oggi non voglio parlare di indiani, non perché non ci sia niente da dire, ma oggi ho voglia di parlare di espatriati in India. 

In questi tre anni ne ho incontrati di tutti i colori, ho fatto una lista dei diversi tipi di expat, li ho amati e odiati, li visto partire e tornare, con qualcuno ho stretto una forte amicizia e con qualcun altro ci evitiamo spudoratamente.

Ad oggi posso dire che la cosa che più mi fa incazzare degli espatriati in India è che spesso c’è una rassegnazione che non porta a niente, è come se la metà degli expat si circondasse di indiani che hanno soldi o persone della loro stessa nazionalità. 

Passano giornate in cui si alterna il piangersi addosso all’ascoltare affascinati i racconti dell’indian-ricco, perché conoscere il paese che ti ospita facendo un viaggio, una passeggiata o un po’ di volontariato sarebbe troppo. 

La cosa che mi fa veramente, ma veramente, incazzare, di molti espatriati che ho conosciuto (e questo lo dico con la consapevolezza che domani non avrò più amici) è che appena sbarcano in India si fanno prendere dalla mania tutta indiana di incularsene felicemente dell’ambiente

Ho visto italiani che in patria erano nazisti della raccolta differenziata, arrivare in India e comportarsi come fa l’indiano medio, ossia la terra non è un bene comune ma è un “enorme cloaca in cui tutti ci buttano quel cazzo che vogliono”. (cit.)

Essendo nata da una famiglia di salutisti, mezzi ambientalisti, la questione ambiente mi sta un po’ a cuore e qui in India è diventata un ossessione. 

Lavare il pavimento con prodotti naturali, evitare gli imballaggi di plastica e comprare solo frutta e verdura dal baracchino, per me sono sempre state priorità assolute. 

Evitare di comprare i prodotti coca-cola, perché qui in India sfruttano persone e risorse, relegando i poveri a rimanere sempre più poveri e facendo diventare ancora più ricchi chi ormai non ha bisogno di soldi, per me è naturale. 

Mi ritrovo sempre più spesso a guardare come alieni gli espatriati che, così impauriti dalla loro stessa maledetta ombra, preferiscono deturpare e sprecare piuttosto che mettersi in gioco. 

Alla fine non serve essere bramini per capire che la terra è una, le risorse sono limitate ma gli stronzi no. 

Non credo sia difficile capire che girarsi dall’altra parte con la scusa che “beh non lo fanno loro perché dovrei farlo io”, rispondendo alla logica tutta indiana dell’imitare chi fa peggio, non fa altro che aumentare questo circolo vizioso in cui tutti sprecano e nessuno aiuta. 

Quando, a Varanasi, spiegavo alla guida perché in Italia si prova a boicottare Nestlé e Monsanto lui mi rispose che si sceglie quando c’è cibo in tavola, chi non ha niente da mangiare non si preoccupa di certe cose. 

Quindi, se non tocca a noi iniziare, se non ci mostriamo migliori, almeno in questo frangente, chi ci da il diritto di atteggiarci a grandi sapienti arrivati dal primo mondo?


Credo che noi, oltre al piccolo cambiamento, possiamo fare poco, ma nel nostro piccolo, per l’ambiente, possiamo fare tantissimo, quindi perché aspettare? Perché non fare anche qui quello che ci viene naturale fare in Italia? Perché la questione ambiente in India vale meno? Perché se agli indiani non frega un cazzo dell’ambiente anche noi dobbiamo fare lo stesso? 

E questo ragionamento non vale solo per gli expat-lagna, questo ragionamento vale anche per tutti quei maledetti spirituali-mistici-rompi coglioni che si vantano di aver aperto il terzo occhio mentre buttano la bottiglia di plastica dal finestrino. Il famoso gallo n’coppa a munnezza.

Insomma, alla fine della fiera, fingersi superiori in questa terra dimenticata da tutti è facilissimo, criticare senza provare a muovere un dito è l’attività preferita di molti, ma a questo punto bisogna prendere una decisione, tu che tipo di espatriato vuoi essere?

(non fare lo stronzo).

Sopravvivere alle cose che NON puoi fare in India.

India, paese famoso per la spiritualità, le vacche libere e la grande democrazia, un paese che con noi Veneti c’entra poco o niente, per questo Allah, Dio, Buddha o Arthur Fonzarelli hanno deciso di mandarmi qui, per sfidarmi e aiutarvi nel difficile transito: vita normale-vita indiana.

Iniziamo dicendo che per me la vita normale è quella veneta, fatta di prosecchi alle dieci del mattino, grappetta alle due e dopo a piede libero verso la sana via dell’alcolismo. Una bestemmia qua, un gesto dell’ombrello là, una presa per il culo, gran giri in bici e cose urlate in dialetto, a caso, a tutti, perché in paese non c’è nessuno che non conosci.

La più grande democrazia del mondo, invece, nasconde insidie e difficoltà difficili da capire e comprendere, per questo, amiche e adepti, voglio spiegarvi cosa NON fare a Pune!

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Sopravvivere agli espatriati

Torno dal mio primo sleepover indiano, un’emozione pari solo a quella volta che il mio amichetto IN e ricco mi aveva invitato ad una festa a casa sua.

Mio marito ha deciso di partire e andare all’avventura di paesi poveri, l’India non gli basta e lui è uno strano. La singletune imposta ha messo in stato di allerta i miei amici, si sono fatti in quattro per non lasciarmi mai sola e per controllare che io mangiassi a sufficienza!

In questi giorni in cui riscopro il piacere di essere figlia acquisita mi ritrovo a pensare a quante tipologie di espatriati ho incontrato, in questo angolo di mondo dimenticato da Shiva e anche da Pollon.

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